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La Frontiera
Attraversava l’Italia centrale e meridionale prima dell’Unità ed era un limite geografico e amministrativo importante e molto antico che separava l’autorità del Papa da quella borbonica.
Si estendeva per circa 500 km dal Mar Tirreno, presso la foce del fiume Canneto vicino a Fondi, fino a terminare nel Mar Adriatico, alla foce del fiume Tronto, a Porto d’Ascoli.
Per lunghi secoli solo orientativo e quindi spesso oggetto di contesa, il tracciato fu stabilito in modo definitivo dal trattato del 1840 e segnato, oltre che sulle mappe, posizionando numerosi cippi di confine che ancora oggi si incontrano sulle vette e nei boschi, alcuni anche nel percorso del Cammino.
Queste colonnette di pietra sono alte poco più di un metro e recano incisi i simboli dei due stati, ovvero il giglio borbonico e le chiavi di San Pietro, oltre al numero progressivo e all’anno di posa.
Sotto la colonnetta era posizionata una scatola di legno con un medaglione in ghisa, il cosiddetto “testimone”.
Sebbene molti mercati, come Sora e Isernia, servissero come luogo di scambio per prodotti agricoli e artigianali tra le due aree, le politiche fiscali molto restrittive favorirono un’intensa attività di contrabbando che si svolgeva abitualmente, approfittando del territorio montuoso.
L’area di confine divenne instabile e difficile da controllare proprio nel momento dell’Unità d’Italia. Nel decennio 1860-1870, lo Stato Pontificio dette rifugio a briganti e ribelli che sfruttavano il territorio per sfuggire alle autorità e alle guarnigioni militari italiane.
Fu solo con l’annessione di Roma (1870) che la frontiera perse la sua funzione politica. Tuttavia, alcune differenze culturali, economiche e sociali continuarono a caratterizzare le regioni, lasciando una traccia nelle tradizioni locali e nell’identità, che si distinguevano tra “regnicoli” e “papalini”.

